(è stato possibile scrivere questo articolo anche grazie alla preziosa donazione di Giuseppe, audiometrista e titolare del negozio Otoacustica CTA, Via Santa Marta n.12, 56100, Pisa)

Come forse avrete intuito dopo aver letto il cortissimo articolo di qualche settimana fa, sono rientrato da poco dal viaggio di nozze in Birmania, o meglio Myanmar.

E’ un paese che molto ci ha affascinati, con la sua storia millenaria, le sue tradizioni ancestrali e ancora intatte, la fede buddista che impermea l’esistenza quotidiana delle persone, la gentilezza della sua popolazione e i suoi paesaggi bucolici e spettacolari. Ma anche un paese dove lo sviluppo sociale ed economico si è bloccato nel 1962, anno in cui ha preso il potere un regime millitare spietato e feroce, che di fatto ha isolato il Myanmar dal resto del mondo. La povertà è evidente – una povertà dove tutti, in qualche modo, hanno da mangiare, ma nulla di più – e mancano tante conquiste che l’occidente, nella sua storia, è andata a conquistarsi. Una situazione che comunque sta rapidamente cambiando, dopo le aperture del regime, e l’attenuazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e della Comunità Europea.

Ed è in questo contesto che l’ultimo giorno della visita a Yangon siamo andati alla Mary Chapman School for deaf people, a donare cinque protesi acustiche analogiche, tre appartenute a me in passato e non più utilizzate dopo essere stato impiantato, e due regalate da Giuseppe, titolare del negozio Otoacustica, insieme ad un blister (60 pile) di batterie per gli apparecchi.

Siamo arrivati alla scoperta di questa scuola grazie ad un articolo pubblicato sulla rivista Alias in cui, oltre a parlare dell’attuale situazione politica in Myanmar e a descrivere il paese, si parla della “strana” collaborazione fra l’associazione italiana Share Human Life Project e il centro Balance for Shiatsu and natural healing. In sostanza un gruppo di volontari italiani, esperti del campo, ha insegnato tecniche e segreti dei massaggi shiatsu ad un gruppo di giovani sordomuti del Myanmar, in modo che potessero poi lavorare in modo autonomo ed aprire un centro massaggi, per l’appunto il centro Balance.
Ho quindi preso contatto con i responsabili del progetto, ed in particolare con Maurizio, italiano ma residente a Yangon per lavoro. Mi sono organizzato da Pisa per portare loro qualcosa, senza però sapere bene che cosa portare. Se avessi portato delle protesi, sarebbero poi stati in grado di fabbricare le impronte? Avrebbero avuto modo di procurarsi le pile per poter usare gli apparecchi? Per questo ci siamo portati dietro poche protesi, e poco mi sono guardato intorno per ottenerne altre.
Ma c’era un altro dubbio, ancora più grande, ad assillarmi. Sono occidentale, sordo profondo eppure perfettamente riabilitato. Ho avuto il “dono” di poter effettuare l’operazione di impianto cocleare in modo gratuito. Come tecnica riabilitativa, ho avuto il meglio che la scienza medica potesse offrirmi. Ma differenza fondamentale e più vistosa, parlo senza usare il linguaggio dei segni, mentre loro no. Come mi avrebbero accolto?

Riusciamo ad incastrare tutte le visite culturali della giornata e a ritagliarci un paio di ore per visitare la scuola. Fa molto caldo e si suda copiosamente, il tassista non conosce la scuola ma sa orientarsi, è il quartiere delle ambasciate estere, una zona benestante e, come tutto il resto del Myanmar, la vegetazione è verde, folta e lussureggiante. Arriviamo alla scuola e vediamo Maurizio, il nostro cicerone italiano. E’ un pò stupito dal sottoscritto, non conosceva l’impianto cocleare e le sue potenzialità, ma la sua umanità si svela nel giro della scuola, quando scopro che per poter dialogare con i bambini sordi ha imparato qualche parola nel linguaggio dei segni locale. Ci presenta Thann Oo, responsabile del centro Balance, udente e nostro interprete nel dialogo con i ragazzi della scuola. Ci fa fare un giro del complesso, è molto grande. Sono ospitate 350 persone, dagli 8 ai 20 anni, e ci sono aule scolastiche, dormitori, un refettorio. In pratica, un istituto per sordi come ce ne erano tanti negli anni ’50 qui in Italia, e che tutt’ora in parte resistono. Nella nostra visita alle aule – tutte in discreto stato grazie alle donazioni estere, e che ci mostrano con l’orgoglio di chi ha fatto un buon lavoro – i bambini ci guardano entusiasti, e la loro felicità è contagiosa. Le maestre chiedono loro di darci un nome in LIS, ed ecco che io vengo chiamato “quattrocchi”, per via dei miei occhiali, e mia moglie “trecciolina”, per i suoi capelli raccolti da una fascetta. La maggior parte dei bambini porta le protesi, ma pochi parlano, per esprimersi usano il linguaggio dei segni. Quando vedono la protesi che porto sull’orecchio sinistro esplodono in manifestazioni di giubilo, mi corrono incontro e vogliono stringermi la mano. Alla vista dell’impianto invece si meravigliano, non sanno cosa sia e corrono a chiedere spiegazioni alla maestra. La quale però, probabilmente, non sa cosa dire.
Arriviamo finalmente al centro Balance, da me tanto atteso perché esprime uno dei miei capisaldi nel volontariato e nella solidarietà: non è sufficiente la carità, ma fare in modo che la persona bisognosa di aiuto possa procurarsi lavorando il necessario per poter vivere serenamente. Il centro non è altro che uno stanzone, uno fra i tanti della scuola, dove vengono messi per terra tappetini e materassini per potersi sdraiare ed essere massaggiati. Il massaggio di un ora costa 3000 kyats (circa 3 euro): metà dell’incasso va al terapista, un quarto alla scuola, e l’ultimo quarto entra nel fondo dell’associazione, per le spese comuni e per i possibili investimenti futuri.
I ragazzi che ci accolgono sono una decina, con la divisa da lavoro. Sono svegli, curiosi e gentili, ma anche estremamente timidi: non riusciamo a sapere le loro curiosità su di noi, ed apparentemente non fanno caso all’impianto ed al fatto che, a loro differenza, so parlare senza usare le mani. In un angolino della stanza due ragazzi hanno delle cuffie alla testa, e sembrano ascoltare musica. Chiedo, e scopro che si tratta del metodo Tomatis (dall’otorinolaringoiatra Alfred Tomatis, sostenitore, in parole semplicissime, di un approccio riabilitativo basato sulla vibrazione ossea data da un “orecchio elettronico” in grado di rivitalizzare i recettori dell’orecchio). Cominciamo a parlare con Thann Oo che ci fa da traduttore (anche se il più delle volte risponde direttamente lui), e veniamo a sapere che i ragazzi che abbiamo davanti non fanno più parte della scuola, ormai sono troppo grandi. Arrivano da tutto il Myanmar – in un paese di 50 milioni di persone ci sono solo due centri di riabilitazione per sordi, e sto visitando uno di questi – lasciando la famiglia e vanno al centro solo per lavorare, e perché si sentono in comunità. Nessuno di loro porta le protesi, solo uno, che riesce un pò a parlare, la portava, ma gli si è rotta e il mio arrivo è fonte di salvezza, perché non avrebbe avuto i soldi per comprarsela. Scopro che le protesi sono poche, una 50-ina, per cui non sono di proprietà della persona, ma della scuola, che deve fare la difficile scelta di decidere a chi dare quegli apparecchi. Logicamente danno le protesi ai bambini, e ai meno gravi, che in questo modo possono recuparare qualcosa. Gli altri – i sordi profondi e gli adulti – sono tagliati fuori. E’ anche possibile comprare le protesi – e quindi anche fare le impronte ed ottenere le pile – ma costano tanto e non hanno i mezzi per la regolazione delle moderne protesi digitali. Le nostre protesi analogiche sono oro, e il ragazzo prova felice il “nuovo” apparecchio appena arrivato.
Ad un certo punto la chiaccherata finisce, e ci chiedono se vogliamo fare un massaggio, cosa che accettiamo con entusiasmo. I ragazzi si “contendono” i nostri corpi – siamo gli ospiti e vogliono fare bella figura – e cominciano un lungo massaggio. In questa ora di terapia vediamo la saletta riempirsi con altri pazienti, testimonanza del fatto che il centro funziona ed “attrae” clientela. In effetti, il massaggio è piacevole.
Finito il massaggio ed in attesa di ricongiungerci al nostro tassista ci prendiamo un tè birmano in compagnia di Thann Oo. Chiaccheriamo ancora e le curiosità reciprioche sono tante. Ci parla della politica, che sta cambiando e migliorando, ma che deve essere guidata per non finire sulla strada sbagliata. Veniamo a sapere che non c’è alcuna tutela per le persone disabili, per loro lo Stato non fa niente. Ma anche lui è curioso, e chiede dell’impianto cocleare. Finiamo discutendo di terapia riabilitativa,e gli spiego che la lotta per ottenere un lavoro e le protesi è la prima, ma poi ce ne saranno altre, e che quella successiva, l’unica possibile se si vuole la reintegrazione delle persone sorde nella società birmana, è quella di insegnare ai sordi il parlare, che è possibile, ci sono le tecniche e gli strumenti per riuscirci.
Facciamo le foto di rito, sono tutti contenti e sorridenti, e salutiamo. Io torno in Italia, verso le mie sedute settimanali di logopedia, mentre loro rimangono a Yangon, a lottare per avere un apparecchio acustico in più.

Ripensando alla scuola, mi sono reso conto che mi sono dovuto ricredere su molte delle mie convinzioni, anche sul linguaggio dei segni. In contesti come quelli del Myanmar, la LIS è l’unica strada possibile per l’integrazione delle persone sorde. Al tempo stesso, mi rendo conto della fortuna che ho avuto nel vivere in un paese che mi ha dato le migliori tecniche riabilitative. E mi fa rabbia, tanta rabbia, sapere che queste tecniche, per i più svariati motivi – chiusura mentale, costi, paure, inefficienze statali ed altro – non vengono pienamente sfruttati oggi, nel 2012, in Italia.

PS: Di ritorno abbiamo fatto scalo a Bangkok, in Thailandia, dove ci siamo fermati tre giorni. Mentre visitavamo un tempio buddista, in mezzo alla solita afa, sono stato avvicinato da un thailandese cicciottello, sulla 40-ina. Era il padre di una bambina sorda, ed aveva visto il mio impianto cocleare. Voleva far fare l’operazione alla sua piccola, ma era in difficoltà. L’operazione costava un milione di bath (quasi 33.000 USD): non era sicuro di raggiungere la cifra necessaria e perciò voleva essere sicuro che ne valesse la pena.

PPS: un ringraziamento anche a Monica Zoppè, che mi ha segnalato l’articolo su Alias.

Per contatti:
Alfredo d’Angelo – www.sharehlp.org – v.dei Ramni 38, 00185, Roma – +39 064456372
Mary Chapman School for the Deaf –  No. 2, Thantaman Street, West Pyi Rd. Ward, Dagon Township, Yangon, Myanmar. Tel 95-1-221 872 Email: cbi@mptmail.net.mm

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