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Due settimane fa ci eravamo lasciati con la novità dell’ascolto “bimodale”, cosa che sta ancora continuando, ma senza grandi risultati. L’unica cosa positiva è che i giramenti di testa accusati inizialmente sono definitivamente spariti, e che quindi è giunto il momento di tornare dall’audioprotesista per una nuova regolazione della protesi, ed aumentarne quindi la soglia uditiva.

Nel frattempo però ho “studiato”, leggendo in particolare tre documenti: l’articolo “La stimolazione uditiva bimodale” del dott. Domenico Cuda (qui potete scaricare il libro, l’articolo è a pagina 119),  la recentissima tesi di laurea di una studentessa americana, Roseanna M. Christal (scaricabile qui ), e un articolo scientifico trovato in rete, visualizzabile qui.

Ma cosa è la stimolazione bimodale? Semplicemente, è il portare una protesi da un lato, e un impianto dall’altro. Inizialmente si pensava che i due stimoli sonori, uno acustico (protesi) e l’altro elettrico (impianto) non potessero andare d’accordo, ma oggi la corrente di pensiero medica è diversa. Infatti l’impianto ha una ottima resa sulle frequenze medio-alte (quelle fondamentali per la comprensione del parlato), ma non altrettanto sulle frequenze medio-basse, per un semplice motivo: gli elettrodi non arrivano ad “inserirsi” per tutta la lunghezza della coclea e la parte finale, quella dove ci sono appunto le frequenze gravi, viene stimolata solo marginalmente. E’ per questo motivo che, chi porta l’impianto dopo aver perso l’udito in età adulta – ovvero dopo aver sentito – si lamenta, descrivendo il suono derivante dall’impianto, che è “troppo metallico” rispetto al suono naturale.

Che si fa allora? Un doppio impianto non sempre è possibile, per varie ragioni (malformazioni fisiche, basso rapporto costo operazione/beneficio, scarso beneficio ricavabile, non interesse del paziente…) e, in ogni caso, con il doppio impianto si perdono le basse frequenze. Si può provare a lavorare sulla strategia di processazione dell’impianto, in modo che “percepisca” meglio le basse frequenze, oppure si può mettere su un lato la protesi, in modo da percepire bene le basse frequenze, e dall’alto l’impianto.

Ma quali sono i risultati dell’ascolo bimodale? Secondo la ricerca del dott. Cuda, su  175 pazienti impiantati
– a 36 non è stato consigliato di portare la protesi (cause: assenza di residui uditivi/protesi mai utilizzata/problemi medici (Es: allergie))
– dei rimanenti 139 cui era stato consigliato l’uso della protesi controlaterale
— 58 non lo usano, per i seguenti motivi: inefficacia nell’utilizzo/ascolto confuso/distorsione fra i due segnali uditivi/semplice rifiuto di utilizzo
–81 usano la protesi, e ne sono contenti: l’ascolto complessivo è migliorato, sopratutto quello della musica/migliore localizzazione della fonte sonora/migliore chiarezza nel parlato, sopratutto se con poco rumore ambientale/migliore comprensione negli ambienti rumorosi (aree affollate, in gruppo, a scuola)

La discriminante fra il portare e non portare la protesi sembra essere il residuo uditivo: chi trae giovamento dall’udito bimodale è chi ha una soglia uditiva (media della perdita uditiva ai 250, 500 e 1000 db) di 96 dBHL, mentre chi, dopo un pò di tempo, non vuole più usare le protesi ha una soglia uditiva media di 113 dBHL.

Un’ altra cosa importante è la regolazione dell’apparecchio acustico. Questo non deve essere regolato come lo era prima dell’impianto, ma diversamente. Una utile guida da fornire agli audioprotesisti, scaricata dal sito della Cochlear, la potete trovare qui.

Sostanzialmente, secondo il dott. Cuda, con un udito bimodale correttamente regolato, si hanno benefici a riconoscere la parola nel rumore, a percepire la musica, a identificare la tonalità della voce, a coglierne la fonte spaziale, e a distinguere diversi interlocutori.

Sulla stessa linea d’onda è la tesi di laurea, che ha il merito di essere stata scritta da poco, e quindi di appoggiarsi su studi molto recenti. Addirittura si spinge oltre, ipotizzando che l’udito bimodale (IC+protesi) porta, in alcune condizioni a risultati leggermente migliori dell’udito con impianto bilaterale.

A conclusioni diverse arriva un altro articolo, del 2011, in inglese e visibile qui. La conclusione dell’articolo è che, anche se il gruppo con protesizzazione bimodale ha ottenuto risultati migliori rispetto al gruppo bilaterale nella maggioranza dei test, le differenze non sono significative. Anche se gli utenti bimodali avvertono una migliore percezione della tonalità, l’esperienza della vita reale richiede capacità più diversificate, per cui i test possono essere anche migliori, ma nella vita reale non c’è differenza fra le due modalità di ascolto.

Cosa fare? Da nessuna parte lo scrivono, ma secondo me c’è una ulteriore motivazione per portare la protesi controlaterale: che si tratti di fare un nuovo impianto o di ricorrere, quando arriveranno, alle cellule staminali, è fondamentale utilizzare il sistema uditivo e tenerlo allenato. Se l’orecchio muore, resuscitarlo dopo anni di inutilizzo è difficile.

E, in ogni caso, a me qualche impressione positiva l’ascolto bimodale lo da. Il suono è completamente diverso, dal lato dell’ic arriva tutta la comprensione del discorso, mentre del lato della protesi sento più che altro una vibrazione quando c’è un rumore forte però, ad esempio, quando mi passa accanto una macchina ho l’impressione di capire meglio da dove proviene. E questo penso sia utile.

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