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Due fatti successi in questi ultimi giorni mi hanno fatto riflettere sull’approccio alla sordità che si ha al giorno di oggi per cui, a costo di rischiare di essere autocelebrativo, vorrei fare qualche commento personale.

Il primo fatto è stato l’incontro casuale in ospedale con Silvia (che saluto nel caso in cui mi legga), una giovane, bella e sveglia ragazza, con il solo difetto di essere livornese (cosa non ben vista dai pisani…). Questa ragazza, in ospedale per una visita, cercava informazioni, e le avevano detto che di li a poco sarei arrivato io per fare la normale seduta di logopedia. Ha quindi voluto aspettarmi, in compagnia del padre, e parlando con lei mi sono rivisto…era la versione femminile di come ero io qualche mese fa. Sveglia, informata, attenta, portatrice di protesi sin dalla nascita (è nata sorda), abituata all’oralismo, con una voce normale grazie alle infinite ore di logopedia fatte da bambina. Era allegra e sorridente, mi raccontava che lavorava, che stava bene così come era e che non aveva voglia di ricominciare tutto da capo, e cercava informazioni sull’impianto direttamente da una persona che era stata operata perché alcuni amici sordi le avevano dato informazioni sbagliate, spaventandola non poco nell’eventuale prospettiva di fare l’impianto cocleare.

Il secondo è il caso di una giovane neomamma calabrese, ai primissimi tentativi nel tentativo di entrare nel mondo della sordità per capire quale strada far seguire al suo bambino, di cui si è scoperta l’ipoacusia. Dai racconti di questa persona sembra che il medico del centro presso cui il bambino è seguito abbia deciso di optare per la strada dell’impianto cocleare senza fare neanche un tentativo con le protesi. Il protocollo normale prevede infatti che, a meno di casi particolarissimi (es: malformazioni della coclea…), prima di proporre un intervento invasivo in un bambino piccolo, ci sia un periodo in cui si cerca comunque di tenere stimolato l’orecchio con le protesi, e valutarne i relativi benefici.

Perché si, è possibile vivere bene, e stare bene, anche portando solo le protesi, senza l’impianto cocleare. Silvia, ed io qualche mese fa, ne eravamo gli esempi, e ce ne sono tanti altri nel mondo. E’ chiaro che l’impianto cocleare porta ad avere una marcia in più, e nel mio caso personale i risultati con l’impianto hanno superato di gran lunga la condizione di ascolto con la sola protesi, per cui sono contento della scelta fatta, ma è altrettanto chiaro che vivevo bene anche prima di aver fatto questa scelta, e che avevo raggiunto una stabilità nella vita (fidanzato e promesso sposo, laureato, lavoratore, viaggiatore etc etc) in cui stavo bene. Tutto questo da sordo ma a precise condizioni: che vengano portate le protesi, e che si faccia un intenso lavoro di logopedia sin dall’infanzia. Ai “miei tempi”, ovvero negli anni ’80, l’impianto cocleare di fatto non esisteva, e il mio percorso è fuori dalla norma, perché la norma dice che le persone sorde non sono in grado di arrivare a certi livelli.

Mi metto però nei panni di un genitore di oggi che scopre la sordità del figlio. A loro vorrei semplicemente dire che i tempi sono cambiati, oggi c’è la possibilità di uno strumento, quello dell’Impianto Cocleare, che ai tempi miei non c’era, e semplifica in parte il percorso riabilitativo. Se viene scoperto un bambino sordo non ci si deve abbattere, ma c’è la possibilità di recuperarlo, sia attraverso la logopedia e le protesi – percorso più lungo, con risultati forse meno buoni, ma più “naturale” e, con le attuali conoscenze di logopedia e di rieducazione, possibile – che attraverso l’impianto cocleare – percorso più invasivo ma che porta a risultati migliori.

Il dilemma, il peso di cui non sono per niente invidioso, è la scelta se operare o meno precocemente, perché è scientificamente provato che più è precoce l’intervento (entro i 2 anni di età) e migliori saranno le performance degli impianti, per cui i medici spesso, confortati anche dall’elevatissima percentuale di casi riusciti negli ultimi anni, spingono verso questa soluzione. Solo ricordate che non è l’unica: si vive bene anche con la protesi.

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