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Il mondo del lavoro è un mondo difficile. E lo è ancora di più per una persona disabile. Oppure no?

Chi vi scrive è un ragazzo di 31 anni, riconosciuto Sordomuto in base alla legge 381/70 (ma ora si dice “sordo prelinguale”), laureato in Ingegneria Edile-Architettura con 110, ed attualmente assunto al CNR grazie alla sua invalidità con un contratto a tempo indeterminato.

Questo per inquadrare la mia situazione, perché una situazione unica. Così come è unica la situazione di ogni persona “svantaggiata” (il virgolettato è mio). Ci sono 2 milioni e 800 mila persone “svantaggiate” in Italia, circa il 4,8% della popolazione. Una situazione frammentata e variegata – è “svantaggiata” una persona che ha perso la mano, un cieco, un malato mentale, ma anche una persona che ha il volto sfregiato e per questo viene messa ai margini dalla società – che al suo interno presenta diversi livelli di gravità, ad esempio il livello di sordità non è uguale per tutti i Sordomuti. La normativa italiana distingue fra invalido civile – situazione normata dalla L.118/1971 – e persona handicappata – il cui riferimento è la L.104/1992. La prima situazione, in parole semplici, riguarda la sfera della riduzione della capacità lavorativa – un disabile su carrozzina non potrà lavorare come corriere espresso – e, in base a parametri stabiliti dal Ministero della Salute (DM 5/2/1992), ad una persona riconosciuta invalida civile viene assegnato un punteggio di invalidità, variabile fra il 34 e il 100%. Al di sotto del 34% la persona, pur menomata, non è riconosciuta in tale categoria. Alcune tipologie – sordomuti e ciechi – sono automaticamente classificate come appartenenti all’invalidità civile. La seconda fa riferimento invece alla sfera sociale, ed è cioè relativa allo svantaggio sociale o di emarginazione subita dalla persona, ad esempio colui che soffre di labbro leporino, e che viene tenuto ai margini per la sua “bassa avvenenza”.

Che cosa fa lo stato italiano per tutelare queste persone sul piano del lavoro? Si fa riferimento alla L.68/1999, considerata nel resto d’Europa come una legge di avanguardia in questo campo. Però, come spesso succede in Italia, alle buone intenzioni del legislatore non seguono fatti concreti…andiamo a vedere perché.
La legge riguarda il collocamento mirato delle persone disabili, ovvero gli invalidi civili (se la percentuale di invalidità supera il 46%), gli invalidi del lavoro (se supera il 34%), i ciechi, i sordomuti, e gli invalidi di guerra e per servizio. Le aziende, sia pubbliche che private, sono obbligate avere nel proprio organico una percentuale di personale disabile in base alla dimensione dell’azienda (v. box 1). Le assunzioni, anche per le aziende con meno di 15 dipendenti, sono agevolate sia attraverso una fiscalizzazione minore del lavoratore disabile che attraverso contributi ed incentivi finanziati dalle regioni e dalle province. Inoltre è creato un servizio, al centro per l’impiego, dedicato esclusivamente a queste persone (cosiddetto “collocamento mirato”) per favorire l’incontro fra soggetto disabile e azienda. Quest’ultima è obbligata a mandare annualmente un elenco con tutti i dipendenti, per verificare il rispetto della quota minima di assunzione. Le aziende che non rispettano questa legge sono multate con 635 euro per il mancato invio del prospetto (più 30 euro per ogni giorno di ritardo) e, dopo 60 giorni, di 62 euro per ogni giorno di lavoro per lavoratore disabile non assunto.

Qui cominciano a vedersi le prime crepe della normativa. Un totale di circa 17.500 euro all’anno di multa è minore del costo annuale di un dipendente, per cui spesso le aziende preferiscono pagare la sanzione piuttosto che assumere un disabile. Inoltre i controlli sono minimi. Con una recente normativa, alle ditte è sufficiente presentare una semplice autodichiarazione per evitare l’obbligo di assunzione, senza correre particolari rischi: nel 2008 sono state effettuate sole 300 ispezioni, e nel 2009 appena 195. Si ha così una situazione per cui nel 2009 sono 720 mila persone iscritte al collocamento obbligatorio e, a fronte di 80 mila posti “disponibili” (80% nel privato, il resto nel pubblico), ci sono stati solo 20 mila avviamenti al lavoro. In altre parole, solo il 25% delle persone disabili ha trovato un lavoro, e di queste più della metà (il 53%) un lavoro a tempo determinato. Per fare un confronto, nel 2009, ovvero in piena recessione e crisi economica, le persone “abili” occupate sono il 57,4%, più del doppio. Nel frattempo, il finanziamento al “Fondo per l’inserimento lavorativo delle persone disabili“, che si occupa di avviare al lavoro attraverso corsi professionalizzanti, tirocini o anche contributi alle aziende che assumono le persone disabili, è passato da un sostegno di 42 milioni nel 2010 a 11 milioni di euro, una riduzione del 74%.

Questo per quanto riguarda, per così dire, il “come dovrebbe essere“. Poi c’è anche il “come è“, almeno nel mio personale caso. Come tutti un disabile, sopratutto se laureato, tenta di trovare lavoro nel suo campo, portando a termine il percorso di formazione incominciato anni prima. E cerca di farlo nel mondo del lavoro privato. Dove, come prima cosa, scatta la domanda: “ma nel CV, lo devo scrivere o no, il fatto che sono disabile?“. La prima risposta è che ovvio, va scritto, nel curriculum mica si possono scrivere cose false. Poi, dopo anni di mancate risposte, cominci a pensare: “mah, forse non è così indispensabile questo particolare”. Ed ecco che, una fra centinaia, comincia ad arrivare qualche risposta, anche da città fuori Toscana. Ed ecco sempre che, durante l’incontro conoscitivo, in qualche modo viene fuori la disabilità, e quindi anche la messa alla porta, con scuse varie ed a volte fantasiose – fantastica la volta che mi dissero: “il suo posto è già stato preso, non possiamo assumerla“. E mi fanno andare fino a Bologna per dirmi che il posto cui volevo concorrere è già stato preso?!?. Anche gli annunci per categorie protette del Centro per l’impiego non funzionano – mi viene spiegato che le aziende “risolvono” il problema cercando figure con qualifiche professionali molto specifiche, e quindi pressoché introvabili. Alla fine il lavoro, in un contesto di crisi generale, in qualche modo spunta fuori, grazie ad un concorso riservato ad appartenenti a categorie protette indetto dal CNR. La mansione non è quella attinente al mio campo, la qualifica neppure – chiedono il diploma di maturità – e, vengo a scoprire poi, neanche il lavoro è ben definito. In altre parole, il CNR non ha assunto perché cercava una figura professionale specifica, ma solo per ottemperare all’obbligo imposto dalla legge. Generalizzando, nelle aziende private, e anche negli enti pubblici, non interessano quindi le “residue” capacità lavorative di una persona disabile, ma solo la disabilità stessa, nell’ottica, se va bene, di “obbligo” imposto dalla legge.

Ma c’è un altro punto in sospeso. Abbiamo visto che lo Stato – e la società – aiutano poco il disabile che vuole lavorare. Che cosa fa invece lo Stato – e la società – per un disabile che non vuole lavorare? Non perché non voglia in senso stretto, ma perché impossibilitato, per evidenti problemi mentali, per motivi fisici, o per altro ancora? La lista delle “agevolazioni” è lunga, varia e molto regolamentata, essendo diversificata in base alla tipologia e gravità di disabilità. Comprende ad esempio esenzioni dei ticket medici, del bollo auto, acquisti con iva del 4% (e non al 21%) di ausili informatici, contributi per l’acquisto di protesi (p.e. 750 euro per gli apparecchi acustici per orecchio, mentre il prezzo sul mercato è di circa 2300-4000 euro per apparecchio), più altre agevolazioni minori. E comprende anche una pensione (v box 2), rilasciata dall’INPS – quelle pensioni oggetto di una grande campagna mediatica per la lotta ai “falsi invalidi” – comprendente una parte fissa ed una parte dipendente dal reddito del pensionato. Se si supera un certo reddito (pari a 15 mila euro annui per il 2011), la seconda parte della pensione non viene erogata. Si ha quindi che un invalido civile totale (es: malato di Alzheimer, epilessia con crisi quotidiane…) deve sopravvivere con 687 euro al mese.

Ci riuscirà, di questi tempi?

(articolo pubblicato dal sottoscritto sulla rivista “Il Chicco di Senape“)

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