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L’infermiera solerte viene a svegliarmi alle 7 del mattino, per fortuna sono il primo della giornata ad essere operato. Del resto l’operazione non è un banale, rischi e conseguenze possono essercene, e i dottori devono essere al massimo della loro forma. Mi avvertono di prepararmi, e corro in bagno a radermi nuovamente la parte destra della testa. Nel frattempo mi accorgo che è arrivato mio padre, poco dopo arrivano anche la mia fidanzata e mia madre. Vederli mi conforta, ed è quest’ultima a darmi un consiglio banale quanto utilissimo: mettere un paio di calzini pesanti ai piedi, contro il freddo della sala operatoria. Torna l’infermiera, devo levare la maglietta per mettere un camice azzurro, mi levo gli occhiali e gli apparecchi ed entro per davvero nel mondo del silenzio. Vorrei andare in sala operatoria camminando ma non si può, vengo fatto sdraiare su una barella, e vengo portato prima all’esterno, poi in ambulanza, e infine nell’edificio contenente le sale operatorie. Le persone assonnate che incrocio mi guardano incuriosite, ma mi rincuora lo sguardo della fidanzata, che mi accompagna in questo piccolo viaggio. Vengo fatto passare attraverso piccoli corridoi – corridoi che sembrano depositi di spazzatura – ed attraverso una serie di stanze successive arrivo all’anticamera della sala operatoria. Ogni passaggio di camera si rispecchia in un cambio di barella, conto tre barelle diverse, sempre più fredde, ed anche gli ambienti sono sempre più freddi. La fidanzata non c’è più, dalla mia postazione nell’anticamera vedo i dipendenti ospedalieri che entrano scherzando nelle stanze, e mi rendo conto che per loro è solo una giornata di lavoro come le altre, le facce sono serene. La cosa stranamente mi tranquillizza, ed accolgo la visita dell’anestesista con calma. Qualche domanda al volo, sfoglia la mia cartella clinica, è tutto a posto e mi lascia solo. Poi entrano altre tre ragazze, completamente avvolte nel loro camice blu – anestesiste? dottoresse? studentesse? – anche loro studiano la mia cartella clinica, poi mi chiedono “quale orecchio?”. All’inizio non capisco, non ho apparecchi e quindi non sento, non ho gli occhiali e quindi vedo sfuocato, poi realizzo e dico “il destro!”. Ripenso ai mesi di dubbi e riflessioni su quale orecchio operare, e mi acquieto. Viene poi un infermiera, entro finalmente in sala operatoria, l’ultimo trasferimento sul lettino della sala – mamma mia quanto è freddo, e grazie mammina per avermi suggerito i calzini! – si avvicina una delle ragazze di prima, mi dice “ora ti faccio una puntura” ed infila una flebo nella mano destra. Sento poi la presenza di un altra persona dietro di me, con un inalatore che incombe sulla mia testa. Sono ancora tranquillo, mi aiutano a grattarmi il naso, ma sento freddo, quando improvvisamente arriva l’oblio.

 

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